La valutazione morale del prestito a interesse - nelle varie e
ben differenziate forme in cui questo è stato praticato
(ed è praticato) - ha una genesi che ha pesantemente influenzato
e deformato i suoi successivi sviluppi. La forma storica che si
è imposta già nelle antiche civiltà e poi
nell'occidente cristiano a partire dall'XI secolo è stata
quella del prestito che poteva essere esercitato in situazioni
di particolari difficoltà economiche, individuali o collettive:
era il caso delle economie sopravvissute alle invasioni barbariche,
in cui si erano rarefatti cambi e danaro, le condizioni di vita,
per quote rilevanti di popolazione, erano al livello della sopravvivenza
e quindi la necessità di ricorrere ad anticipazioni per
far fronte ai consumi alimentari era incombente e diffusa.
La valutazione originaria fu quindi di condanna, che avendo ad
oggetto l'usura coinvolse il prestito, colpì con il fatto
patologico quello che col tempo sarebbe divenuto un fatto fisiologico.
Il fondamento della condanna era ineccepibile, in via di fatto
perché si approfittava di una situazione di fortissima
disparità e debolezza e in via di principio perché
si ledevano valori fondamentali nei rapporti umani. Che la Chiesa
cattolica si assumesse la maggior responsabilità in questa
valutazione negativa è quindi del tutto coerente con la
sua missione di predicare la fratellanza. Pratica dell'usura e
relativa condanna potevano quindi restare marginali e sopravvivere,
riaccendersi e spegnersi come fenomeni legati agli andamenti della
vita economica e al funzionamento dei meccanismi di credito: accadde
così che sul prestito a interesse in quanto tale si mantenesse
una condanna che - nella dottrina cattolica, ma anche di altre
religioni e complessivamente nella cultura - resistette nei tempi
sino alle soglie dell'età contemporanea. Stemperandosi
comunque in diffidenza e discredito nel comune sentire, per il
quale il bisogno di danaro è segno di difficoltà
che richiederebbe comprensione e il provvedervi, guadagnandoci
sopra, è segno di prevaricazione che richiederebbe condanna.
E tuttavia è acquisito dalla più accreditata cultura
storica che il fenomeno del prestito a interesse abbia avuto un
ruolo crescente nella formazione prima, nello sviluppo e nel consolidamento
poi delle economie moderne. La sua pratica, entro un quadro di
evoluzione degli scambi commerciali a raggio sempre più
ampio e della disponibilità crescente di risorse monetarie,
si è continuamente raffinata nella organizzazione e nelle
tecniche creditizie, private e pubbliche. Senza entrare nei particolari
di una attività che si è costituita come uno dei
fondamenti del sistema capitalistico, commerciale prima e poi
industriale, conta qui rilevare la marcia inarrestabile e il ruolo
crescente del fenomeno nonostante la condanna morale.
Questo palese contrasto delle istanze insopprimibili della evoluzione
economica non è stato senza riflessi proprio di natura
morale: infatti il trionfo dell'economia creditizia, della banca
e del banchiere è stato interpretato e vissuto come una
contraddizione, anzi come un rifiuto più o meno esplicito
dell'originaria riprovazione del prestito a interesse.
In effetti si ebbero aggiramenti della condanna stessa con artifici
vari, cui corrispose la tolleranza nei confronti di tali aggiramenti,
per cui è storicamente più corretto ritenere che
nei comportamenti la valutazione non trovi più applicazione,
anzi si ritenne che non potesse averne, ma senza che questo portasse
a metterla in discussione sul piano di un ripensamento della sua
formulazione. Essa restò e resta riferita a un fenomeno
che aveva ormai solo una lontana parentela con il credito modernamente
praticato. Il procedimento seguito - nella riflessione teologico-morale
e filosofica - fu quello tipico delle situazioni in cui la norma
etica è negata dal comportamento: cioè si proposero
sottili distinzioni tra il prestito che restava condannato, come
nel caso dell'interesse da considerare risarcimento per la mancata
restituzione del danaro al tempo fissato, o nel caso del mancato
utilizzo più proficuo del danaro dato in prestito. O peggio
ancora di considerare quest'ultimo attività da consentire
agli Ebrei, in quanto la condanna non li riguardava. Che però
si trattasse, nel comune sentire, di una elusione e di un aggiramento
è dimostrato dal diffondersi di comportamenti compensativi,
quali l'estinzione del debito in punto di morte o la destinazione
di somme per attività beneficenziali, largamente seguiti
nelle epoche nelle quali l'attività creditizia era ritenuta
ancora moralmente censurabile.
Nella stessa linea interpretativa vanno considerati i Monti di
pietà e i Monti frumentari, per prestiti in danaro su pegno
senza interesse o in natura (come l'anticipo della semente) su
tenue interesse, che costituiti con un intento beneficenziale,
svolsero un ruolo importante proprio per contenere gli effetti
devastanti dell'usura, ma anche per aprire un varco, di fatto,
nella rigida impalcatura del divieto di principio.
L'acuirsi nel tempo della divaricazione tra pratica del prestito
a interesse e valutazione morale trova interpretazioni storiche
diverse. Sul piano strettamente economico non pare si possano
accogliere le tesi che fanno della condanna un fatto frenante
dello sviluppo delle economie moderne. In realtà quello
che si espanse in quantità e importanza fu il prestito
di investimento che per qualcuno fu anzi incentivato, e non quello
di consumo, tenuto ben distinto nella cultura comune e tra gli
stessi operatori. Tra questi, colpiti dalla condanna, quelli che
praticavano un prestito di tipo usurario erano figure marginali.
Sul piano della riflessione morale il discorso è più
complesso, perché con la condanna ci si precludeva - soprattutto
in ambito cattolico - di considerare e quindi di comprendere l'evoluzione
in atto nella vita economica con il trionfo dell'economia capitalistica.
D'altra parte il mancato sradicamento del fenomeno dell'usura,
mentre ripropone in tutta la sua valenza morale e culturale la
condanna, segnala sul piano economico e sociale il permanere di
situazioni di bisogno e di debolezza e quindi di disfunzioni nei
meccanismi fondamentali della vita economica come il mercato e
il credito, che solo uno sviluppo equilibrato dovrebbe consentire
di eliminare definitivamente: posto che al male di fondo, alla
cupidigia e al culto del danaro, non ci sono rimedi definitivi.
Uno sviluppo nel quale tuttavia il credito per il ruolo centrale
che gli è riconosciuto solleva rilevanti problemi di "etica
bancaria" per tutti quanti si sentono coinvolti non solo
sul piano professionale ma su quello politico.