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Impresa & Stato n°33

discutono:
VANNINO CHITI e ROBERTO FORMIGONI

RIFARE LO STATO
IL RUOLO DELLE REGIONI


La nuova "domanda di cittadinanza" espressa dalle imprese;
l'impatto delle reti sulla struttura centralista dello Stato, delle Regioni,
degli Enti locali; la necessita di dar vita a nuove forme di rappresentanza: una Camera delle Regioni o degli interessi? Il governo della complessità
e il suo dilemma storico: centralismo per semplificare oppure potere diffuso?
Il ruolo delle autonomie funzionali e il problema del loro rapporto
con le Regioni. La dimensione globale del mercato, la competizione fra sistemi economico-amministrativi per le risorse e gli investimenti.
Gestione diretta dell'economia o liberismo?
La scelta delle Regioni.
Come supportare le piccole imprese? I&S ha chiamato a discutere
su questi temi emergenti nel dibattito politico-istituzionale due
Presidenti regionali portatori di due diversi approcci politico-amministrativi

Da tempo le imprese vivono la contraddizione di essere soggetti attivi della società (in quanto produttori di ricchezza e innovazione) ma soggetti passivi rispetto al quadro politico-amministrativo (in quanto oggetti degli accertamenti amministrativi e dell'imposizione fiscale). Da ciò nasce la loro domanda di una nuova cittadinanza istituzionale e democratica. Con quali modalità è possibile darvi risposta?

CHITI L'unica risposta credibile a questa giusta rivendicazione delle imprese è quella del federalismo. La presenza sul territorio di istituzioni con cui le imprese possano avere rapporti quotidiani e diretti costituisce di per sé la garanzia di un salto di qualità rispetto all'antica separatezza tra il potere centrale e l'attività imprenditoriale diffusa. E' questo il modo per trasformare il rapporto fiscale da vessazione centralistica in concreta corrispondenza tra tasse pagate e servizi ottenuti.
In Toscana abbiamo comunque cominciato a introdurre "elementi di federalismo", avviando un nuovo rapporto con le imprese: dalla legge che introduce l'autocertificazione negli appalti a quella che favorisce la nascita di nuove imprese promosse da giovani. Da noi le imprese sono soggetti attivi, non solo sul fronte della produzione ma anche su quello politico-sociale. Questo dipende anche dalla peculiarità del tessuto produttivo toscano, caratterizzato dalla presenza diffusa sul territorio di sistemi di piccola e media impresa: una presenza che ha saputo consolidarsi, negli anni Settanta e Ottanta, grazie a un vasto processo di industrializzazione dal basso. Basti pensare che la Toscana è la regione "più artigiana" d'Italia, con circa 120mila aziende disseminate sul territorio. Un altro esempio di questo radicamento territoriale sono i distretti industriali. All'interno di questo sistema l'interazione tra impresa e mondo politico-istituzionale è continua. L'impresa toscana non è quasi mai un soggetto passivo rispetto al quadro politico-amministrativo regionale. I rapporti della Regione con il mondo delle imprese sono improntati al metodo della concertazione. Questo ovviamente non significa che nel mondo produttivo non ci sia una crescente domanda di nuova cittadinanza. Ma la separazione è certo meno lacerante che altrove.

FORMIGONI Certamente viene dalle imprese una domanda di nuova cittadinanza istituzionale e democratica. L'affermazione però che le imprese sarebbero soggetti passivi rispetto al quadro politico-amministrativo in quanto oggetti degli accertamenti amministrativi e fiscali è del tutto impropria. Secondo questo approccio tutti, compresi i cittadini e le forze politiche, sarebbero soggetti "politicamente passivi"!
E' certamente vero invece il contrario: le imprese come soggetto economico e la nebulosa degli imprenditori, soprattutto quelli piccoli e medi di tutti i settori economici (commercio, turismo, artigianato, servizi, manifattura) come "blocco sociale" sono stati tra i soggetti politici più attivi in questi anni di grande cambiamento: esempio da cosa nascono fenomeni come il processo di integrazione europea e di globalizzazione economico-politica, l'urgenza di temi come il federalismo fiscale e amministrativo, la sburocratizzazione, la semplificazione normativa, eccetera?
Le risposte devono venire su due fronti: istituzionale e politico istituzionale: federalismo e nuove forme di partecipazione organizzata degli interessi economici associati (siamo ancora al modello del CNEL...); politico: occorrono nuove modalità di risposta politica a queste esigenze che non possono essere né il partito degli imprenditori, né l'impresa-partito; chi saprà cogliere questa sfida si sarà assicurato una buona fetta del consenso politico del futuro.

L'intera società contemporanea - e non soltanto il sistema produttivo - tende a organizzarsi secondo uno schema a rete. In che modo ciò impatta sulla struttura centralista dello Stato e delle sue articolazioni regionali e locali? Quali soluzioni intravedi e come possono essere tradotte nel programma di legislatura e nella prassi dell'ente da te presieduto?

CHITI Questa dovrà essere la legislatura del federalismo. Non per contrastare l'avanzata della Lega, ma perché l'autogoverno rappresenta l'unica risposta credibile alla crisi di fiducia di tutti i cittadini - non solo delle imprese - nelle istituzioni. Della prassi adottata ho già detto. Ma la nostra buona volontà non sarà sufficiente, se non riusciremo a cambiare la forma dello Stato. Anche il nostro rapporto con il governo Prodi dipenderà da questo, più che da una, pur evidente, consonanza politica. Sono tre le scadenze che ci consentiranno di verificare in concreto se alle buone intenzioni seguiranno davvero i fatti: trasferire alle Regioni, senza ulteriori tentennamenti, tutte le competenze previste dai decreti delegati, a partire da quelle nell'industria; introdurre un sistema di federalismo fiscale, che garantisca la semplificazione e la trasparenza; un progetto di riforma della Costituzione che capovolga l'art. 117, assegnando alcune competenze generali allo Stato (politica estera, difesa, giustizia, moneta) e il resto delle competenze legislative e di governo alle Regioni.

FORMIGONI L'organizzazione a rete della società e dell'economia impatta l'organizzazione gerarchico piramidale dello stato e della pubblica amministrazione sostanzialmente rompendola. E' come il vino nuovo in otri vecchie...
Il problema è una organizzazione alternativa dello stato e della pubblica amministrazione che invece di essere costruita dall'alto, venga ricostruita dal basso secondo il principio della autonomia e della sussidiarietà.

Attenzione al decentramento mascherato da federalismo e al neocentralismo regionale, provinciale, comunale: il problema non è ridurre la scala del centralismo, ma cambiare impostazione altrimenti si replicheranno gli stessi limiti e peggio senza alcuno dei vantaggi assicurati dalla scala nazionale.

Come è possibile conciliare tali diverse forme del pluralismo istituzionale? Nella discussione generale sulle riforme istituzionali si evidenzia il dibattito sulla opportunità di trasformare la seconda camera in camera di rappresentanza territoriale (delle Regioni). Ma c'è anche la richiesta di una rappresentanza "degli interessi" (oggi solo parzialmente incarnata dal Cnel).

CHITI Credo sia davvero urgente modificare il nostro sistema di "bicameralismo perfetto", che appesantisce l'iter legislativo con inutili duplicazioni, introducendo appunto una Camera di rappresentanza federale: questo organismo, non eletto direttamente, dovrebbe occuparsi di tutte quelle materie che prevedano un intersecarsi di competenze centrali e periferiche, delle leggi di bilancio o di ordine costituzionale. Personalmente sono dell'avviso che il livello di rappresentanza, sull'esempio del Bundesrat tedesco che rappresenta un ottimo modello, dovrebbe essere quello delle regioni, con l'aggiunta di poche grandi metropoli. Sono favorevole a organismi di rappresentanza degli interessi, purché servano a oliare il meccanismo della concertazione e non a incepparlo. Ma bisognerà anche, con il federalismo, avviare una riorganizzazione delle associazioni delle imprese, dei sindacati, della cultura e dell'informazione. Ci sarà infine bisogno di un coerente sviluppo della riforma delle Camere di commercio e anche di un cambiamento del Cnel.

FORMIGONI Il problema della rappresentanza degli interessi territoriali (regioni e autonomie locali) o economici non può essere risolto rozzamente con la strada del CNEL o strumenti simili, che hanno numerosi ed evidenti limiti. Il problema è quello di dare legittimità a forme nuove di rappresentanza, come il lobbying, il trasferimento di competenze, l'attribuzione di responsabilità specifiche e mirate, ecc. Assicurare un accesso in compartecipazione al livello di potere gerarchicamente superiore è uno dei peggiori mimetismi del centralismo. Ognuno deve essere sovrano nel suo ambito, svolgendo il proprio compito in reale autonomia e con piena responsabilità.
In questo senso va superata anche la logica consociativa, che talvolta deborda ancora da alcuni esempi di "concertazione spinta" (tavoli triangolari, ecc.) in cui lo scopo non è il confronto su temi comuni da ambiti propri, ma la cogestione e la spartizione, così come non sono riproponibili risposte vecchie e ingessate come i CREL.

Il dilemma di oggi è quello fra l'esigenza di governare semplificando la complessità (che fa guardare a forme di direzione centralizzata) e l'esigenza di strutture amministrative che aderiscano alla diffusione del potere nella società e nel territorio. Le articolazioni funzionali che rappresentano gli interessi sul piano locale possono, con la loro struttura a rete, essere un collante per tale molteplicità; ma occorre che la loro azione venga supportata sul territorio. La Regione può svolgere questo compito? E con che tipo di azione amministrativa sul territorio? Con quale rapporto col governo nazionale?

CHITI Credo che le Regioni rappresentino una risposta ragionevole a questa esigenza: la dimensione dei loro ambiti territoriali pare adattarsi particolarmente a questo nuovo ruolo che da più parti viene oggi reclamato. A condizione ovviamente di non cadere nel trabocchetto del "centralismo regionalista", che, a dire il vero, mi pare qualche sindaco agiti spesso a sproposito: la Toscana, per quanto la riguarda, ha già dimostrato sul campo le sue intenzioni reali. Ha trasferito a Province e Comuni risorse e personale per garantire la gestione diretta in tutte le materie di competenza. Anche in questo caso è il principio di sussidiarietà a prevalere: scegliere sempre il livello più vicino ai cittadini. Ma da qui a prefigurare una sorta di "federalismo dei comuni" ce ne corre. Il federalismo, per sua stessa definizione, comportando tra l'altro la redistribuzione del potere legislativo, non può essere realizzato a dimensione comunale.
D'altra parte, venendo all'ultimo aspetto della domanda, è proprio la necessità di un rapporto continuo e funzionale col governo nazionale a indicare nelle Regioni il livello federale ottimale. Non è forse questa la strada seguita da tutti gli altri paesi, in certi casi (gli Stati Uniti) addirittura prescindendo dalla consistenza del territorio e della popolazione? Senza spingerci fino a questo punto, credo comunque che scavalcare le Regioni finirebbe, non importa troppo se volontariamente o involontariamente, per portare acqua al centralismo: dalla frammentazione eccessiva non può nascere un modello alternativo di governo. E' evidente poi che, all'interno di una riforma federalista dello Stato, tutti devono cambiare: senza dubbio le Regioni e i Comuni attuali, ma anche le organizzazioni economiche e sindacali. E la stessa informazione.

FORMIGONI Le "autonomie funzionali" sono uno dei possibili soggetti su cui incardinare una nuova forma di stato originata dal basso, in quanto esse presidiano, sganciate da un legame costitutivo con il territorio, quelle funzioni che sono fondamentali per lo sviluppo di una società complessa: le infrastrutture (trasporti, reti informative, ecc.), i servizi collettivi (sanità, assistenza, cultura), ecc. Queste strutture oggi frequentemente hanno la forma delle authority e delle S.p.A. Nessuna di esse sembra però essere del tutto adeguata allo scopo "pubblico" (public) che devono avere. Per questo è interessante la riforma della CCIAA che dà una organizzazione democratica alla dimensione funzionale degli interessi. La regione può rappresentare una dimensione politico-istituzionale più adeguata per il presidio di queste funzioni: in Europa un lombardo resterà lombardo e un siciliano resterà siciliano, anche se l'identità di livello superiore dovesse essere quella europea anziché quella nazionale.

Nella nuova dimensione del mercato unico, i vari sistemi economico-amministrativi competono per gli investimenti privati e per le risorse. Le imprese possono scegliere l'ambiente istituzionale che offre contesto e servizi migliori. La Sua Regione come intende relazionarsi, sotto questo punto di vista, con la realtà europea e globale? Quali progetti, con quali alleati?

CHITI Il sistema delle imprese, in Toscana come altrove, deve oggi fare i conti con la globalizzazione del mercato: una sfida che passa anche dal processo di integrazione europea e dalla tendenza alla liberalizzazione degli scambi. In questo contesto è decisivo creare le condizioni ambientali per garantire a questo sistema le condizioni più favorevoli a svilupparsi e a mantenere una elevata competitività sul mercato. E' per questo che, data l'importanza dell'ambiente istituzionale, crediamo che la dimensione regionale sia, ancora una volta, la più adatta per favorire lo sviluppo del sistema produttivo, in particolare per le piccole e medie imprese e l'artigianato. Questo è l'orientamento ormai prevalente anche a livello europeo: non a caso nei programmi dell'Unione le regioni sono il referente principale.
La Toscana, da questo punto di vista, può vantare risultati di tutto rispetto. Grazie ai programmi legati al regolamento 2081, entro il 2000 saranno attivati investimenti per circa 7mila miliardi. Non c'è dubbio che, anche su questo piano, il federalismo rappresenti la risposta migliore.
Quanto alle strategie, un primo fronte è quello della semplificazione delle procedure amministrative. Ho già detto della legge sugli appalti. Anche sul fronte comunitario abbiamo messo in piedi un meccanismo per velocizzare l'iter dei programmi: questo ci ha consentito di erogare in tempi rapidi i finanziamenti, al contrario di quanto continua ad avvenire a livello centrale. Non è un caso se le imprese artigiane in Toscana hanno visto approvati i loro programmi ed erogare le risorse molto in anticipo rispetto alle piccole e medie imprese, che sono ancora in attesa degli adempimenti del ministero dell'industria. Un altro fronte su cui agire è quello della creazione delle condizioni infrastrutturali necessarie allo sviluppo delle imprese: è il caso degli interventi che la Toscana ha realizzato sui porti, sui poli fieristici, sugli impianti di depurazione e di smaltimento, sulle aree attrezzate e sul recupero dei siti industriali. Il terzo fronte è quello degli incentivi diretti alle imprese: ad esempio, per la certificazione di qualità, per l'innovazione tecnologica, ecc. C'è poi la rete Man ad alta tecnologia, che già unisce le tre città sedi di atenei (Firenze, Pisa e Siena) e che la Regione porterà in un triennio in tutti gli altri sette capoluoghi di provincia e nei distretti industriali. Questi sono i progetti. Gli alleati sono il sistema delle imprese, le istituzioni locali e il sistema camerale.

FORMIGONI Non è ancora del tutto vero che le imprese possono scegliersi l'ambiente istituzionale che offre contesto e servizi migliori: in questo il principio del "mutuo riconoscimento" che sta alla base del mercato unico post 1993 ha sostanzialmente fallito ed è stato sterilizzato. In realtà l'unico modo che le imprese hanno è ancora quello di "votare con i piedi" spostando i propri insediamenti e molti lo stanno facendo, nonostante sia un metodo costoso e rigido.
E' vero invece che la competizione è sempre più fra "arce-sistema" che fra imprese, aree di dimensione regionale o subregionale.
La Lombardia si sta attrezzando innanzitutto cercando di superare alcuni limiti storici nei confronti delle regioni forti d'Europa, come il deficit infrastrutturale.
Vorremmo però fare di più: ci auguriamo di poter avere presto nuove competenze in campo di politica del lavoro, fiscale, industriale, ecc., per sostenere meglio le imprese lombarde, che certamente non sono omogenee a quelle di tutto il resto del paese.

L'esperienza deludente delle Regioni in tema di pianificazione le pone nel dilemma fra governo diretto dell'economia e liberismo. Secondo Lei quale deve essere il ruolo della Regione a supporto del sistema produttivo? Come dovrebbero essere esercitate le funzioni amministrative e promozionali per le piccole e medie imprese?

CHITI Naturalmente quando si parla di "esperienza deludente" bisogna sempre ricordare che pianificare con pochi poteri, per giunta frammentati e spesso contraddittori, è oggettivamente difficile. A parte questa doverosa premessa, pare che pianificare sia arduo per tutti, anche per chi in questi anni ha avuto a disposizione maggiori strumenti dei nostri. Per quanto ci riguarda, crediamo che il ruolo della Regione a supporto del sistema produttivo sia estremamente importante, purché debitamente esteso dal commercio e dall'artigianato anche all'industria. Dal nuovo governo ci aspettiamo la rapida definizione di un quadro omogeneo di competenza da attribuire alle Regioni. Le funzioni amministrative e promozionali a favore delle piccole e medie imprese possono essere esercitate dalla Regione sulla base del principio di sussidiarietà, attraverso un'ampia delega delle funzioni amministrative agli enti locali e per certi aspetti alle stesse Camere di commercio, e riservando alla Regione il ruolo di programmazione, indirizzo e controllo. Questo significa prefigurare una Regione diversa, meno impegnata nella gestione e più impegnata nella legislazione, nella programmazione e nell'alta amministrazione.

FORMIGONI Occorre passare dal mito della pianificazione centralista, invadente e omnicomprensiva che è la fonte del fallimento della programmazione regionale, a una programmazione strategica per progetti, in cui la regione indica obiettivi e progetti concreti, individuati, costruiti e realizzati con la partecipazione di tutti i soggetti vitali della comunità lombarda.
La vecchia pianificazione infatti era basata su una presupposta superiorità del pubblico (sempre fatto coincidere con lo Stato) che dal centro poteva pre-vedere e quindi coordinare ogni aspetto della convivenza sociale e civile; ma la realtà sempre si ribella a questa pretesa di ingabbiamento e continuamente sforna sorprese e imprevisti. D'altro canto neppure la Regione può rinunciare alla sua funzione di indirizzo e programmazione; programmazione che però deve essere strategica, cioè centrata su alcuni snodi cruciali.
Così, infatti, è impostato il nuovo PRS che indica i 16 progetti strategici.