Da tempo le imprese vivono la contraddizione di essere soggetti
attivi della società (in quanto produttori di ricchezza
e innovazione) ma soggetti passivi rispetto al quadro politico-amministrativo
(in quanto oggetti degli accertamenti amministrativi e dell'imposizione
fiscale). Da ciò nasce la loro domanda di una nuova cittadinanza
istituzionale e democratica. Con quali modalità è
possibile darvi risposta?
CHITI L'unica risposta credibile a questa giusta rivendicazione
delle imprese è quella del federalismo. La presenza sul
territorio di istituzioni con cui le imprese possano avere rapporti
quotidiani e diretti costituisce di per sé la garanzia
di un salto di qualità rispetto all'antica separatezza
tra il potere centrale e l'attività imprenditoriale diffusa.
E' questo il modo per trasformare il rapporto fiscale da vessazione
centralistica in concreta corrispondenza tra tasse pagate e servizi
ottenuti.
In Toscana abbiamo comunque cominciato a introdurre "elementi
di federalismo", avviando un nuovo rapporto con le imprese:
dalla legge che introduce l'autocertificazione negli appalti a
quella che favorisce la nascita di nuove imprese promosse da giovani.
Da noi le imprese sono soggetti attivi, non solo sul fronte della
produzione ma anche su quello politico-sociale. Questo dipende
anche dalla peculiarità del tessuto produttivo toscano,
caratterizzato dalla presenza diffusa sul territorio di sistemi
di piccola e media impresa: una presenza che ha saputo consolidarsi,
negli anni Settanta e Ottanta, grazie a un vasto processo di industrializzazione
dal basso. Basti pensare che la Toscana è la regione "più
artigiana" d'Italia, con circa 120mila aziende disseminate
sul territorio. Un altro esempio di questo radicamento territoriale
sono i distretti industriali. All'interno di questo sistema l'interazione
tra impresa e mondo politico-istituzionale è continua.
L'impresa toscana non è quasi mai un soggetto passivo rispetto
al quadro politico-amministrativo regionale. I rapporti della
Regione con il mondo delle imprese sono improntati al metodo della
concertazione. Questo ovviamente non significa che nel mondo produttivo
non ci sia una crescente domanda di nuova cittadinanza. Ma la
separazione è certo meno lacerante che altrove.
FORMIGONI Certamente viene dalle imprese una domanda di
nuova cittadinanza istituzionale e democratica. L'affermazione
però che le imprese sarebbero soggetti passivi rispetto
al quadro politico-amministrativo in quanto oggetti degli accertamenti
amministrativi e fiscali è del tutto impropria. Secondo
questo approccio tutti, compresi i cittadini e le forze politiche,
sarebbero soggetti "politicamente passivi"!
E' certamente vero invece il contrario: le imprese come soggetto
economico e la nebulosa degli imprenditori, soprattutto quelli
piccoli e medi di tutti i settori economici (commercio, turismo,
artigianato, servizi, manifattura) come "blocco sociale"
sono stati tra i soggetti politici più attivi in questi
anni di grande cambiamento: esempio da cosa nascono fenomeni come
il processo di integrazione europea e di globalizzazione economico-politica,
l'urgenza di temi come il federalismo fiscale e amministrativo,
la sburocratizzazione, la semplificazione normativa, eccetera?
Le risposte devono venire su due fronti: istituzionale e politico
istituzionale: federalismo e nuove forme di partecipazione organizzata
degli interessi economici associati (siamo ancora al modello del
CNEL...); politico: occorrono nuove modalità di risposta
politica a queste esigenze che non possono essere né il
partito degli imprenditori, né l'impresa-partito; chi saprà
cogliere questa sfida si sarà assicurato una buona fetta
del consenso politico del futuro.
L'intera società contemporanea - e non soltanto il sistema
produttivo - tende a organizzarsi secondo uno schema a rete. In
che modo ciò impatta sulla struttura centralista dello
Stato e delle sue articolazioni regionali e locali? Quali soluzioni
intravedi e come possono essere tradotte nel programma di legislatura
e nella prassi dell'ente da te presieduto?
CHITI Questa dovrà essere la legislatura del federalismo.
Non per contrastare l'avanzata della Lega, ma perché l'autogoverno
rappresenta l'unica risposta credibile alla crisi di fiducia di
tutti i cittadini - non solo delle imprese - nelle istituzioni.
Della prassi adottata ho già detto. Ma la nostra buona
volontà non sarà sufficiente, se non riusciremo
a cambiare la forma dello Stato. Anche il nostro rapporto con
il governo Prodi dipenderà da questo, più che da
una, pur evidente, consonanza politica. Sono tre le scadenze che
ci consentiranno di verificare in concreto se alle buone intenzioni
seguiranno davvero i fatti: trasferire alle Regioni, senza ulteriori
tentennamenti, tutte le competenze previste dai decreti delegati,
a partire da quelle nell'industria; introdurre un sistema di federalismo
fiscale, che garantisca la semplificazione e la trasparenza; un
progetto di riforma della Costituzione che capovolga l'art. 117,
assegnando alcune competenze generali allo Stato (politica estera,
difesa, giustizia, moneta) e il resto delle competenze legislative
e di governo alle Regioni.
FORMIGONI L'organizzazione a rete della società
e dell'economia impatta l'organizzazione gerarchico piramidale
dello stato e della pubblica amministrazione sostanzialmente rompendola.
E' come il vino nuovo in otri vecchie...
Il problema è una organizzazione alternativa dello stato
e della pubblica amministrazione che invece di essere costruita
dall'alto, venga ricostruita dal basso secondo il principio della
autonomia e della sussidiarietà.
Attenzione al decentramento mascherato da federalismo e al neocentralismo
regionale, provinciale, comunale: il problema non è ridurre
la scala del centralismo, ma cambiare impostazione altrimenti
si replicheranno gli stessi limiti e peggio senza alcuno dei vantaggi
assicurati dalla scala nazionale.
Come è possibile conciliare tali diverse forme del pluralismo
istituzionale? Nella discussione generale sulle riforme istituzionali
si evidenzia il dibattito sulla opportunità di trasformare
la seconda camera in camera di rappresentanza territoriale (delle
Regioni). Ma c'è anche la richiesta di una rappresentanza
"degli interessi" (oggi solo parzialmente incarnata
dal Cnel).
CHITI Credo sia davvero urgente modificare il nostro sistema
di "bicameralismo perfetto", che appesantisce l'iter
legislativo con inutili duplicazioni, introducendo appunto una
Camera di rappresentanza federale: questo organismo, non eletto
direttamente, dovrebbe occuparsi di tutte quelle materie che prevedano
un intersecarsi di competenze centrali e periferiche, delle leggi
di bilancio o di ordine costituzionale. Personalmente sono dell'avviso
che il livello di rappresentanza, sull'esempio del Bundesrat tedesco
che rappresenta un ottimo modello, dovrebbe essere quello delle
regioni, con l'aggiunta di poche grandi metropoli. Sono favorevole
a organismi di rappresentanza degli interessi, purché servano
a oliare il meccanismo della concertazione e non a incepparlo.
Ma bisognerà anche, con il federalismo, avviare una riorganizzazione
delle associazioni delle imprese, dei sindacati, della cultura
e dell'informazione. Ci sarà infine bisogno di un coerente
sviluppo della riforma delle Camere di commercio e anche di un
cambiamento del Cnel.
FORMIGONI Il problema della rappresentanza degli interessi
territoriali (regioni e autonomie locali) o economici non può
essere risolto rozzamente con la strada del CNEL o strumenti simili,
che hanno numerosi ed evidenti limiti. Il problema è quello
di dare legittimità a forme nuove di rappresentanza, come
il lobbying, il trasferimento di competenze, l'attribuzione
di responsabilità specifiche e mirate, ecc. Assicurare
un accesso in compartecipazione al livello di potere gerarchicamente
superiore è uno dei peggiori mimetismi del centralismo.
Ognuno deve essere sovrano nel suo ambito, svolgendo il proprio
compito in reale autonomia e con piena responsabilità.
In questo senso va superata anche la logica consociativa, che
talvolta deborda ancora da alcuni esempi di "concertazione
spinta" (tavoli triangolari, ecc.) in cui lo scopo non è
il confronto su temi comuni da ambiti propri, ma la cogestione
e la spartizione, così come non sono riproponibili risposte
vecchie e ingessate come i CREL.
Il dilemma di oggi è quello fra l'esigenza di governare
semplificando la complessità (che fa guardare a forme di
direzione centralizzata) e l'esigenza di strutture amministrative
che aderiscano alla diffusione del potere nella società
e nel territorio. Le articolazioni funzionali che rappresentano
gli interessi sul piano locale possono, con la loro struttura
a rete, essere un collante per tale molteplicità; ma occorre
che la loro azione venga supportata sul territorio. La Regione
può svolgere questo compito? E con che tipo di azione amministrativa
sul territorio? Con quale rapporto col governo nazionale?
CHITI Credo che le Regioni rappresentino una risposta ragionevole
a questa esigenza: la dimensione dei loro ambiti territoriali
pare adattarsi particolarmente a questo nuovo ruolo che da più
parti viene oggi reclamato. A condizione ovviamente di non cadere
nel trabocchetto del "centralismo regionalista", che,
a dire il vero, mi pare qualche sindaco agiti spesso a sproposito:
la Toscana, per quanto la riguarda, ha già dimostrato sul
campo le sue intenzioni reali. Ha trasferito a Province e Comuni
risorse e personale per garantire la gestione diretta in tutte
le materie di competenza. Anche in questo caso è il principio
di sussidiarietà a prevalere: scegliere sempre il livello
più vicino ai cittadini. Ma da qui a prefigurare una sorta
di "federalismo dei comuni" ce ne corre. Il federalismo,
per sua stessa definizione, comportando tra l'altro la redistribuzione
del potere legislativo, non può essere realizzato a dimensione
comunale.
D'altra parte, venendo all'ultimo aspetto della domanda, è
proprio la necessità di un rapporto continuo e funzionale
col governo nazionale a indicare nelle Regioni il livello federale
ottimale. Non è forse questa la strada seguita da tutti
gli altri paesi, in certi casi (gli Stati Uniti) addirittura prescindendo
dalla consistenza del territorio e della popolazione? Senza spingerci
fino a questo punto, credo comunque che scavalcare le Regioni
finirebbe, non importa troppo se volontariamente o involontariamente,
per portare acqua al centralismo: dalla frammentazione eccessiva
non può nascere un modello alternativo di governo. E' evidente
poi che, all'interno di una riforma federalista dello Stato, tutti
devono cambiare: senza dubbio le Regioni e i Comuni attuali, ma
anche le organizzazioni economiche e sindacali. E la stessa informazione.
FORMIGONI Le "autonomie funzionali" sono uno dei possibili soggetti su cui incardinare una nuova forma di stato originata dal basso, in quanto esse presidiano, sganciate da un legame costitutivo con il territorio, quelle funzioni che sono fondamentali per lo sviluppo di una società complessa: le infrastrutture (trasporti, reti informative, ecc.), i servizi collettivi (sanità, assistenza, cultura), ecc. Queste strutture oggi frequentemente hanno la forma delle authority e delle S.p.A. Nessuna di esse sembra però essere del tutto adeguata allo scopo "pubblico" (public) che devono avere. Per questo è interessante la riforma della CCIAA che dà una organizzazione democratica alla dimensione funzionale degli interessi. La regione può rappresentare una dimensione politico-istituzionale più adeguata per il presidio di queste funzioni: in Europa un lombardo resterà lombardo e un siciliano resterà siciliano, anche se l'identità di livello superiore dovesse essere quella europea anziché quella nazionale.
Nella nuova dimensione del mercato unico, i vari sistemi economico-amministrativi competono per gli investimenti privati e per le risorse. Le imprese possono scegliere l'ambiente istituzionale che offre contesto e servizi migliori. La Sua Regione come intende relazionarsi, sotto questo punto di vista, con la realtà europea e globale? Quali progetti, con quali alleati?
CHITI Il sistema delle imprese, in Toscana come altrove,
deve oggi fare i conti con la globalizzazione del mercato: una
sfida che passa anche dal processo di integrazione europea e dalla
tendenza alla liberalizzazione degli scambi. In questo contesto
è decisivo creare le condizioni ambientali per garantire
a questo sistema le condizioni più favorevoli a svilupparsi
e a mantenere una elevata competitività sul mercato. E'
per questo che, data l'importanza dell'ambiente istituzionale,
crediamo che la dimensione regionale sia, ancora una volta, la
più adatta per favorire lo sviluppo del sistema produttivo,
in particolare per le piccole e medie imprese e l'artigianato.
Questo è l'orientamento ormai prevalente anche a livello
europeo: non a caso nei programmi dell'Unione le regioni sono
il referente principale.
La Toscana, da questo punto di vista, può vantare risultati
di tutto rispetto. Grazie ai programmi legati al regolamento 2081,
entro il 2000 saranno attivati investimenti per circa 7mila miliardi.
Non c'è dubbio che, anche su questo piano, il federalismo
rappresenti la risposta migliore.
Quanto alle strategie, un primo fronte è quello della semplificazione
delle procedure amministrative. Ho già detto della legge
sugli appalti. Anche sul fronte comunitario abbiamo messo in piedi
un meccanismo per velocizzare l'iter dei programmi: questo ci
ha consentito di erogare in tempi rapidi i finanziamenti, al contrario
di quanto continua ad avvenire a livello centrale. Non è
un caso se le imprese artigiane in Toscana hanno visto approvati
i loro programmi ed erogare le risorse molto in anticipo rispetto
alle piccole e medie imprese, che sono ancora in attesa degli
adempimenti del ministero dell'industria. Un altro fronte su cui
agire è quello della creazione delle condizioni infrastrutturali
necessarie allo sviluppo delle imprese: è il caso degli
interventi che la Toscana ha realizzato sui porti, sui poli fieristici,
sugli impianti di depurazione e di smaltimento, sulle aree attrezzate
e sul recupero dei siti industriali. Il terzo fronte è
quello degli incentivi diretti alle imprese: ad esempio, per la
certificazione di qualità, per l'innovazione tecnologica,
ecc. C'è poi la rete Man ad alta tecnologia, che già
unisce le tre città sedi di atenei (Firenze, Pisa e Siena)
e che la Regione porterà in un triennio in tutti gli altri
sette capoluoghi di provincia e nei distretti industriali. Questi
sono i progetti. Gli alleati sono il sistema delle imprese, le
istituzioni locali e il sistema camerale.
FORMIGONI Non è ancora del tutto vero che le imprese
possono scegliersi l'ambiente istituzionale che offre contesto
e servizi migliori: in questo il principio del "mutuo riconoscimento"
che sta alla base del mercato unico post 1993 ha sostanzialmente
fallito ed è stato sterilizzato. In realtà l'unico
modo che le imprese hanno è ancora quello di "votare
con i piedi" spostando i propri insediamenti e molti lo stanno
facendo, nonostante sia un metodo costoso e rigido.
E' vero invece che la competizione è sempre più
fra "arce-sistema" che fra imprese, aree di dimensione
regionale o subregionale.
La Lombardia si sta attrezzando innanzitutto cercando di superare
alcuni limiti storici nei confronti delle regioni forti d'Europa,
come il deficit infrastrutturale.
Vorremmo però fare di più: ci auguriamo di poter
avere presto nuove competenze in campo di politica del lavoro,
fiscale, industriale, ecc., per sostenere meglio le imprese lombarde,
che certamente non sono omogenee a quelle di tutto il resto del
paese.
L'esperienza deludente delle Regioni in tema di pianificazione le pone nel dilemma fra governo diretto dell'economia e liberismo. Secondo Lei quale deve essere il ruolo della Regione a supporto del sistema produttivo? Come dovrebbero essere esercitate le funzioni amministrative e promozionali per le piccole e medie imprese?
CHITI Naturalmente quando si parla di "esperienza deludente" bisogna sempre ricordare che pianificare con pochi poteri, per giunta frammentati e spesso contraddittori, è oggettivamente difficile. A parte questa doverosa premessa, pare che pianificare sia arduo per tutti, anche per chi in questi anni ha avuto a disposizione maggiori strumenti dei nostri. Per quanto ci riguarda, crediamo che il ruolo della Regione a supporto del sistema produttivo sia estremamente importante, purché debitamente esteso dal commercio e dall'artigianato anche all'industria. Dal nuovo governo ci aspettiamo la rapida definizione di un quadro omogeneo di competenza da attribuire alle Regioni. Le funzioni amministrative e promozionali a favore delle piccole e medie imprese possono essere esercitate dalla Regione sulla base del principio di sussidiarietà, attraverso un'ampia delega delle funzioni amministrative agli enti locali e per certi aspetti alle stesse Camere di commercio, e riservando alla Regione il ruolo di programmazione, indirizzo e controllo. Questo significa prefigurare una Regione diversa, meno impegnata nella gestione e più impegnata nella legislazione, nella programmazione e nell'alta amministrazione.
FORMIGONI Occorre passare dal mito della pianificazione
centralista, invadente e omnicomprensiva che è la fonte
del fallimento della programmazione regionale, a una programmazione
strategica per progetti, in cui la regione indica obiettivi e
progetti concreti, individuati, costruiti e realizzati con la
partecipazione di tutti i soggetti vitali della comunità
lombarda.
La vecchia pianificazione infatti era basata su una presupposta
superiorità del pubblico (sempre fatto coincidere con lo
Stato) che dal centro poteva pre-vedere e quindi coordinare ogni
aspetto della convivenza sociale e civile; ma la realtà
sempre si ribella a questa pretesa di ingabbiamento e continuamente
sforna sorprese e imprevisti. D'altro canto neppure la Regione
può rinunciare alla sua funzione di indirizzo e programmazione;
programmazione che però deve essere strategica, cioè
centrata su alcuni snodi cruciali.
Così, infatti, è impostato il nuovo PRS che indica
i 16 progetti strategici.