di GIUSEPPE DE RITA
Confesso che ho accettato malvolentieri di scrivere questa breve
nota sul crescente policentrismo delle sedi di potere, di decisione,
di rappresentanza. Le ragioni profonde di tale resistenza stanno
nel fatto che comincio a temere che reiterare il mio convinto
attaccamento alla logica policentrica del potere potrebbe portarmi
a essere concepito come irrigidita maschera o inveterato maniaco
della poliarchia montante della società. Sfortunatamente
per me più mi guardo intorno e più mi convinco che
il policentrismo dei poteri cresce, e che non si riesce a dare
a esso una sistemazione istituzionale; ma non trovo in giro grande
attenzione, anzi vedo crescere istanze contraddittorie con il
policentrismo (penso solo al recente innamoramento per la tematica
presidenzialistica). E mi prende quindi un senso di pudore a insistere
sulle mie convinzioni, proprio per non apparire irrigidito in
esse.
Se anche questa volta supero il pudore è perché
mi sembra un'occasione buona per rimettere in ordine, anche per
me stesso, constatazioni e valutazioni di solito avanzate e discusse
in modo disordinato. In questa prospettiva credo di poter avanzare
un'affermazione precisa: oggi, accanto ai poteri classici di ogni
Stato moderno (legislativo, esecutivo, giudiziario) stanno crescendo
altre tre grandi sfere di potere: la sfera delle parti sociali;
la sfera delle autonomie locali; la sfera delle autonomie funzionali.
E sento al tempo stesso di dover documentare questa affermazione.
Sulla crescita anzitutto della sfera di potere delle parti sociali
ci sono, come è noto, pareri contrastanti sul piano del
suo valore e del suo significato politico, viste le valutazioni
polemiche anche vivaci che da destra e da sinistra si compiono
sul peso del sindacato, delle organizzazioni imprenditoriali e
della concertazione nell'attuale processo di decisione politica.
Senza entrare nel merito delle polemiche, penso che sia innegabile
che il peso decisionale esplicito delle forze sociali è
divenuto molto chiaro negli ultimi anni. Basta pensare a quanto
abbiano giocato tali forze in decisioni di grande rilievo come
quella dell'accordo del luglio '93, come quella della riforma
delle pensioni, come quella relativa allo sviluppo nel Mezzogiorno,
come quella della trasformazione del pubblico impiego (dal decreto
29 alla privatizzazione dei rapporti di lavoro). In molte occasioni
ho parlato, forse un po' forzando i toni, di un "Sindacato
di governo" (intendendo per sindacato ogni grande struttura
di rappresentanza); e anche smorzando i toni credo che il fenomeno
resti: le parti sociali sono oggi i detentori di una sfera forte
di potere, di partecipazione alle decisioni collettive. Non più
come soggetti di domanda e di vertenza ma come soggetti di co-determinazione.
Lo stesso processo di acquisizione di potere lo ritroviamo nella
seconda sfera che ho indicato in premessa, quella relativa alle
autonomie locali. In questi ultimissimi anni e mesi si è
così enfatizzato il tema del federalismo e della secessione
"statuale" da rischiare di mettere in ombra il fenomeno
più concreto e reale della crescita dei poteri delle autonomie
minori, cioè dei comuni e delle province. Diciamo la verità,
la novità forte degli ultimi decenni è l'assunzione
di poteri crescenti da parte delle autonomie minori; certo abbiamo
avuto una importante (ma difficile in uno Stato accentrato da
sempre e quindi ancora ambigua) esperienza di regionalizzazione,
ma la trasformazione centrale, e quasi spontanea, è stata
la liberazione delle energie economiche, sociali e amministrative
di base. Quasi spontanea, ho detto, perché in fondo si
è trattato di un naturale ritorno all'Italia dei comuni
e all'Italia delle tante identità territoriali, delle tante
periferie.
Come si è tradotto tutto ciò in termini di potere?
La risposta è da darsi su tre livelli: sul livello locale
ha vinto un forte policentrismo subregionale (basterebbe solo
pensare all'articolazione crescente dei poteri dentro la Lombardia,
il Veneto, l'Emilia-Romagna, non a caso forse le aree più
dinamiche del Paese); sul livello istituzionale abbiamo avuto
una forte, ed esaudita, richiesta degli enti locali di essere
privilegiati nel decentramento delle funzioni statuali (basta
pensare al decreto 626) negli anni '70 e all'attuale decretazione
per il passaggio diretto, ai comuni e province senza passaggi
regionali, di altre funzioni "romane") e sul piano sociopolitico
abbiamo avuto forme di localismo politico che esalta apparentemente
federalismo e regionalismo ma che trova radici e vita quotidiana
nell'incardinamento nelle singole comunità locali (da Valenza
Po e Lumezzane a Oderzo a Sassuolo a Casarano).
E' su tale molteplice base che sta crescendo il "Partito
dei sindaci" che è più un effetto che una causa
motore del cambiamento in atto, cioè la forza crescente,
e a mio avviso irreversibile, delle autonomie locali.
Se la crescita delle sfere di potere delle forze sociali e delle
autonomie locali è fenomeno così evidente da essere
ormai componente indiscutibile del dibattito politico e istituzionale,
non altrettanto evidente agli occhi di tutti è la crescita
della terza nuova sfera di potere, quella delle autonomie funzionali.
Cosa sono le autonomie funzionali? Non è domanda retorica
perché non è detto che vi sia coscienza collettiva
della presenza e dell'importanza di tali soggetti. Non molti avvertono
infatti che buona parte dei servizi per le imprese ruota sullattività
delle Camere di Commercio; non tutti avvertono che una parte non
secondaria delle strategie bancarie di molte aree del Paese è
legata al ruolo delle Fondazioni bancarie; non molti avvertono
che molte delle infrastrutture più importanti oggi (porti,
interporti, sistemi acquedottistici, ecc.) sono gestite da autonomi
enti funzionali; non molti avvertono che la complessa macchina
dei servizi collettivi a scala locale (dai macrolotti di aree
industriali ai servizi urbani) è in mano a strutture di
autonomia funzionale, assumano esse o meno la configurazione di
aziende municipalizzate, o provinciali, regionali e consortili;
non molti si rendono conto che una parte importante del sistema
formativo (istituti secondari superiori e università, ma
domani anche altri livelli) è irrevocabilmente sulla strada
dell'autonomia funzionale; e forse neppur molti avvertono l'ormai
consolidata centralità delle Aziende sanitarie locali nella
quotidiana gestione dei bisogni e degli interventi sanitari. Ma
chi ripercorre anche velocemente queste semplici segnalazioni
avverte subito che una quota non indifferente degli interventi,
delle decisioni, dei poteri si è andata via via dislocando
verso sedi una volta interne all'azione statuale o comunque pubblica,
verso sedi sempre più autonome; che, non a caso, tendono
a lasciare la loro veste di ente pubblico per assumere vesti più
agili e privatistiche.
HA VINTO IL POTERE POLICENTRICO
Forze sociali, autonomie locali e autonomie funzionali sono, a
chi guardi la realtà italiana d'oggi, i tre poteri in costante
crescita. Nelle loro mani si concentra ormai una buona parte dei
meccanismi reali delle decisioni, e si può dire che sul
piano operativo il loro triplice potere "non scompare"
rispetto a quello delle più consolidate e legittimate istituzioni
statuali. Certo parlamento, governo e magistratura hanno responsabilità
e poteri quasi esclusivi nella preparazione, approvazione, applicazione
e controllo delle leggi; ma siccome ci sono in terra (ed ancor
più ci saranno) più cose di quante ne prevedano
le leggi, è prevedibile che i poteri classici abbiano sempre
meno incidenza rispetto a quelli delle forze sociali, delle autonomie
locali, delle autonomie funzionali. Del resto il tempo dello Stato-soggetto
(autoreferenziale, tutto formale e totalizzante) è in declino,
sta affermandosi, per dirla con Feliciano Benvenuti, lo Stato-funzione,
orientato a intense relazioni funzionali con le imprese, il mondo
del lavoro, le comunità locali, le diverse forme della
convivenza collettiva; quindi naturalmente obbligato a moltiplicare
i suoi punti e le sue modalità di rapporto con la società,
al centro ma più ancora nelle periferie locali. E sta qui
la legittimazione sostanziale, anche se ancora non istituzionalizzata,
delle diverse sedi del potere locale, funzionale, sociale.
Il policentrismo dei poteri ha in conclusione vinto, ed è
un policentrismo articolato, non puramente frutto del decentramento
volontario o dello spacchettamento involontario dello Stato accentrato
ma frutto della crescente complessità della società
e della crescente sua propensione a darsi organi operativi e decisionali
diversi rispetto a quelli tradizionali.
A nessuno comunque sfugge che tale policentrismo, forte sul piano
reale, è ancora debole sul piano istituzionale: della sua
legittimazione come della sua collocazione. Esso infatti, risultando
frutto in gran parte di interessi e bisogni collettivi, è
in linea di massima riconducibile a una logica di "democrazia
degli interessi" che non trova legittimazione nella volontà
popolare della democrazia rappresentativa - tranne che per le
autonomie locali - ma nella capacita dei singoli soggetti (categoriali,
sindacali, funzionali, ecc.) di esprimere e concretamente rappresentare
diversi segmenti di popolazione, in dialettica e/o convergenza
con altri segmenti. In un gioco in orizzontale che è tutto
il contrario di quello top-down su cui si basa lo Stato; ma che
fornisce legittimazione sono nella reciprocità del riconoscimento
delle varie sedi del policentrismo. In fondo, amo spesso dire,
la poliarchia non può essere riconosciuta da un decreto
proveniente dall'alto, è sempre sottilmente concertante
e federativa; ma si tratta, oggi in Italia, di un'affermazione
di debole carica legittimante, almeno sul piano dell'opinione
pubblica non specificatamente attenta a questi problemi (e non
a caso propensa alla delega botton-up delle elezioni maggioritarie
e plebiscitarie).
MA IL VESTITO E' DIVERSO
In questa prospettiva il problema della legittimazione dei nuovi
poteri e della loro dinamica policentrica si lega al problema
della loro collocazione istituzionale. Fino a quando essi non
avranno una tale collocazione, resteranno nella tentazione o del
solipsismo "indipendentistico" o nella tentazione della
vertenzialità continuata (grande fattore per sentirsi vivi
e potenti) o nella tentazione di farsi legittimare dall'altro
e più consolidato circuito di potere, quello politico (si
pensi alla coazione ai vertici a Palazzo Chigi da parte delle
forze sociali o, su un piano più modesto, la coazione ad
avere una "legge di riconoscimento" da parte di centinaia
di associazioni professionali).
Il problema della collocazione del policentrismo non è
di facile soluzione in Italia, che è nata come nazione
insieme allo Stato unitario e che mal si immagina con un vestito
istituzionale diverso (e che, per aggiunta, ha subìto una
caricatura di "stato corporativo", cioè centrato
anche sulla rappresentazione formale degli interessi categoriali
di vario tipo).
L'unica strada che viene considerata viabile è quella del
decentramento regionalistico e del federalismo, ancora in forme
indistinte; tanto è vero che nei vagiti di riforma istituzionali
espressi negli ultimi dieci anni l'unico che riguardi la tematica
di cui ci stiamo occupando è stato quello relativo all'ipotesi
di creare una "camera delle regioni", magari combinando
la cosa con la revisione del Senato. Ipotesi francamente debole:
sia perché si poggia su un potere, quello delle regioni,
che fra tutti i nuovi poteri degli ultimi trenta anni è
quello che ha dato meno convincente prova di sé; sia perché
non dà spazio adeguato alle fonti più radicate della
nuova stagione di autonomia locale, cioè province e regioni;
e sia infine perché lascerebbe fuori la rappresentanza
e la forza decisionale degli altri due poteri montanti, quello
delle forze sociali e quello delle autonomie funzionali.
Verrebbe a questo punto la tentazione di pensare non a una "camera
delle regioni" ma a un più complesso sistema di rappresentanza:
con una struttura centrale composta dai rappresentanti delle forze
sociali; delle autonomie locali ai vari livelli, delle autonomie
funzionali; con strutture regionali e/o provinciali ad analoga
composizione. Un'ipotesi che costituirebbe certo un superamento
del CNEL a livello centrale e delle ipotesi di CREL a livello
locale; che potrebbe conglobare istanze e tentativi di collegamenti
a livello locale (dagli informali patti territoriali alle più
formali Camere di Commercio); che potrebbe dar spazio a un federalismo
dal basso, non puramente regionalistico ma coinvolgente gli enti
locali minori; che potrebbe in conclusione far da vera seconda
gamba a un sistema sociopolitico che non può più
reggersi sul pur irrinunciabile meccanismo della rappresentanza
parlamentare e del governo che ne deriva.
Ma forse una tale prospettiva è ancora immatura, sia sul
piano del funzionamento dei poteri e delle istituzioni esistenti;
sia sul piano dei convincimenti dell'opinione pubblica, spaccata
in questi ultimi mesi dalla tensione all'accentramento presidenzialistico
e la tensione a un regionalismo venato di secessionismo, due tensioni
che rifuggono (rimuovendone la complessità) dalla gestione
del policentrismo, cioè dall'unica grande questione sociopolitica
e istituzionale che abbiamo di fronte. Siamo un sistema policentrico,
ma ci diamo vestiti istituzionali che con il policentrismo non
hanno niente a che fare: sta qui il paradosso dell'attuale situazione
italiana. Per superarlo ci vuole tanta cultura innovativa e tanta
pazienza, nella speranza che nel frattempo qualcuno non ci porti
in direzione contraria al nostro vitale policentrismo.